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La sfogliatella napoletana è il dolce migliore al mondo, parola del Maestro Massari

Ho iniziato a seguirlo in televisione con gli ultimi format dedicati alla cucina e alla pasticceria, poi ho iniziato a studiare la sua vita, la sua carriera e il suo excursus personale.
Mi ha appassionato ed ha acceso in me, curioso come sono, l’interesse nell’incontrarlo e trascorrere qualche ora in sua compagnia. Devo dirvi che non è stato semplicissimo; il Maestro ha un’agenda e una giornata piena come un manager dell’alta finanza però, grazie alla figlia Debora e complice un grande evento organizzato dal Corriere della Sera (Cibo a Regola D’Arte) dedicato al mondo della cucina a Napoli, siamo riusciti ad incontrarci e a realizzare quest’intervista.

Correvano gli anni ’60, Lei era appena maggiorenne, mi racconta qualcosa di quel periodo della Sua vita?

Mi trovavo in Svizzera, facevo l’emigrante come tanti, da lì è nato l’amore sviscerato per l’Italia, perché quando tornavo vedevo un luogo dove gli uomini erano pieni di iniziative, ma che risultavano inferiori ad altre nazioni che di iniziativa ed intelligenza non sono mai state la culla. Negli ultimi 50 anni sono cambiati i nomi dei politici, ma il risultato è sempre lo stesso.

Il Suo denominatore è la qualità (ma anche il gusto e la naturalezza), ha sempre portato avanti questa “bandiera”, l’ha acquisita con l’esperienza ed immagino che per Lei sia fondamentale giusto?

Della qualità ho sempre da ridire perché, da quando è nato 70 anni fa il claim “qualità-prezzo”, è sparita la qualità. Ad esempio, se un sommelier ti fa l’analisi di un vino che ha un costo di 5 euro, ti dice che è buono. Lo stesso vino, messo a 10 euro, ti dice che è cattivo. Ma se è buono a 5, rimane buono anche a 10, al limite avrà dei difetti o delle circostanze d’acquisto per cui non lo compri. Dobbiamo metterci d’accordo sui linguaggi che determinano i nostri comportamenti.

Innovazione e tradizione sono un Suo cavallo di battaglia; ultimamente privilegia la prima, oppure la tradizione ha sempre una parte dominante?

Se uno non conosce la tradizione, come fa ad innovare o rinnovare? La tradizione porta innovazione.

Oggi c’è grande fermento intorno al mondo “cucina”, Lei ha sicuramente portato la pasticceria ad avere un ruolo importante nei media; come viaggiano queste due realtà insieme?

Ci sono dei cuochi all’avanguardia che hanno tutto il rispetto di questo piccolo angolo dell’alimentazione e cuochi che dicono: “io non faccio pasticceria, perché non mi piace”. Secondo me, è come voler fare i 100 metri con il dolore ad un dito del piede. Difficilmente vinci.

E’ stato importante per il Maestro Massari questo nuovo modo di comunicare la pasticceria, quello cioè dei format televisivi?

Posso dire che Massari lo era ancor prima di questi format. Ti dico anche che oggi senza comunicazione non vai da nessuna parte. I format hanno appassionato le persone per cose che prima non conoscevano e poi, se non ti piace il programma, hanno inventato un aggeggio chiamato telecomando, si gira e si cambia.

 

 

Siamo a Napoli, Terra che Le piace molto; che giudizio ha della nostra pasticceria “antica” come il babà, la zeppole e la sfogliatella?

Non c’è nulla che si possa paragonare alla sfogliatella napoletana.
Per la croccantezza che gli dà il nome di cibo musicale, per la sua parte aromatica e la morbidezza che ha all’interno, per l’equilibrio tra zucchero e sale, per lo stimolo che ti procura mangiandola calda, perché tutti i cibi caldi aumentano e sviluppano le parti aromatiche. E’ un cibo completo nel mondo del dolce, dove avviene tutto “in un colpo solo”. Un qualcosa che vai a cercare in tanti altri dolci, ma che sarà sempre impossibile avere.

Cosa manca alla pasticceria italiana in campo internazionale?

La “maestria” quantificata dalle leggi di Stato. In Francia c’è anche una laurea di seconda che si chiama MOF “Meilleur Ouvrier de France”, miglior operaio di Francia, dove la selezione è altissima e i promossi sono limitatissimi, con una media di 1,5 ogni quattro anni. Quei maestri pasticceri sono adorati come divinità ed io ritengo che questo abbia implementato la pasticceria francese nel mondo. Sono 15 anni che io cerco di fare ciò in Italia, però il progetto di legge nessuno l’ha mai presentato. Ho scritto al Presidente della Repubblica ed anche ai Ministri del Lavoro e dell’Istruzione…sono ancora in attesa di una risposta.

Cosa manca alla pasticceria italiana in campo internazionale?

La “maestria” quantificata dalle leggi di Stato. In Francia c’è anche una laurea di seconda che si chiama MOF “Meilleur Ouvrier de France”, miglior operaio di Francia, dove la selezione è altissima e i promossi sono limitatissimi, con una media di 1,5 ogni quattro anni. Quei maestri pasticceri sono adorati come divinità ed io ritengo che questo abbia implementato la pasticceria francese nel mondo. Sono 15 anni che io cerco di fare ciò in Italia, però il progetto di legge nessuno l’ha mai presentato. Ho scritto al Presidente della Repubblica ed anche ai Ministri del Lavoro e dell’Istruzione…sono ancora in attesa di una risposta.

Una follower Le chiede il segreto del Suo panettone che non ha eguali.

E’ un impasto molto complesso e molto difficile da fare. Quando pensi di averlo dominato è lì che l’errore è subito dietro l’angolo.

 

Una cosa è doverosa dirvi da parte mia. Che il Maestro Massari anzi il Maestro dei Maestri Pasticcieri Iginio Massari è in assoluto l’élite nel mondo dell’altissima pasticceria, di certo non l’avete scoperto grazie a questa mia intervista. Quello che però mi ha lasciato e riempito il cuore è la Sua grandissima umiltà, la dedizione totale al suo lavoro e lo studio infinito che esiste dietro ad ogni Sua opera d’arte.

Grazie Maestro; come in tutte le cose che fai sei riuscito, anche con me, ha lasciarmi qualcosa della tua grande persona.

Per #Foodmakers.it

Intervista a Francesco Sodano, Casa a Tre Pizzi

Spesso sono in giro per l’Italia a scoprire e scrivere di storie legate al mondo del “food”; mai avrei pensato che a pochi passi da dove vivo tre ragazzi campani avrebbero “ingolosito” la mia “fame” di racconti.
Quando lo Chef Francesco Sodano mi ha contattato ho sentito un’energia nelle sue parole che mi hanno condotto rapidamente al ristorante “Casa a Tre Pizzi“.
Oscar Wilde diceva:”ho dei gusti semplicissimi; mi accontento sempre del meglio”. Sarà stato lui, forse, ad ispirare il giovanissimo Chef di Somma Vesuviana (NA) che anche se all’anagrafe segna solo 31 anni, vanta un’esperienza in campo internazionale da far rabbrividire gli Chef più blasonati. Con altri due amici imprenditori, i fratelli Mirko e Andrea Notaro, hanno deciso di portare le tradizioni delle loro origini in una misticanza di esperienza culinaria internazionale per servirla a Napoli in via Mergellina 1 A/B.

Iniziamo dalle tue origini, da Somma Vesuviana poi in giro nel mondo per finire a Napoli, raccontami.

Mio padre ha sempre lavorato nel settore della ristorazione quindi ho iniziato con lui a Somma Vesuviana nelle cucine della struttura di proprietà del padre di Andrea e Mirko.
Noi tre siamo cresciuti praticamente insieme, poi sono partito perché avevo voglia di vedere “oltre” ma soprattutto di imparare delle tecniche che all’estero sono molto in uso, mentre in Italia meno.
Sono sempre rimasto in contatto con i ragazzi e l’idea un giorno di fare qualcosa insieme è sempre stata presente fino a quando abbiamo deciso di dare una svolta imprenditoriale alla nostra vita.
Noi tre, da piccoli, mai avremmo pensato di trovarci dove siamo oggi e soprattutto con una ristorazione così “particolare” però mi sono sempre fidato della caparbietà di Andrea, nel senso che da sempre sapeva quello che voleva. Quindi, nata l’opportunità, ho scelto di tornare in “famiglia” piuttosto che accettare le tante richieste che avevo ricevuto.

Francesco la prima cosa che colpisce di te è la grande esperienza internazionale nonostante la tua giovane età.

I ristoranti importanti all’estero hanno una marea di persone in più nelle loro cucine. Ci puoi accedere con degli stage e se sei bravo riesci a trovare un tuo spazio. Da lì a ritrovarti a collaborare con chef a due o tre stelle ci passa la tua caparbietà, la tua passione e la tua famiglia.

Personalmente ho avuto la fortuna di lavorare con tantissimi chef con una lunga tradizione alle spalle. Ho collaborato, anche, con imprenditori italiani che hanno avuto grande successo all’estero. Ho vissuto un bel periodo in cui il mondo era diventata la mia nuova casa: dal ristorante Oracle a Los Angeles, ai 4 passi di Nerano a Londra, con lo chef “Oliver Glowing” per poi collaborare con lo Chef “Anthony Genovese” presso il ristorante “Il Pagliaccio”. Ancora nella capitale londinese presso “Galvin at Windows” al London Hilton Park Lane e “Annabel’s” club a Mayfair, sino a diventare l’Executive Chef di “Enoteca Turi”.

Passiamo alla tua cucina Francesco: piatti con cibi iper selezionati, freschi, con sapori tradizionali ma con saperi internazionali.

Il primo menù che ho proposto a “Casa a Tre Pizzi” è stato piuttosto complicato. Difficile perché la mentalità napoletana è molto “tradizionale”. Io provo a spiegare ai clienti scettici che tutto quello che realizzo è frutto di uno studio e la materia prima è selezionatissima. Così sono partito dal preparare il “piccione” che molti pensavano essere di strada mentre ovviamente è allevato in voliera. Oppure alcuni vini molto particolari sono stati presi per qualcosa di “non selezionato”.

Ancora, ad esempio, il classico soffritto napoletano ha l’animella dentro, se faccio il risotto fave, pecorino e animelle sono comunque ingredienti tradizionali ma ad alcuni risultavano strani solo perchè erano composti diversamente.
Inoltre cerco sempre di utilizzare i prodotti di stagione.
Ricordo quando da piccolo con mio nonno mangiavo le bucce dei piselli. Non pensavo fosse così complicato far capire ai napoletani un nuovo tipo di cibo con ingredienti tradizionali ma cucinati in maniera “diversa”.
Ad esempio una ho preparato le linguine ricci di di mare siciliano  con bergamotto, la mia versione di pasta e patate oppure la genovese.

Abbiamo impiegato tempo, come in tutte le cose fatte bene, ora però la nostra clientela è perfettamente “skillata” sulla nostra ristorazione.

Quindi i tuoi piatti sono tradizionali ma anche ricercati?

Dipende…la mia cucina è molto lontana da quella che è la genovese tradizionale o la pasta e patate come quella abitudinaria, questo non vuole dire che la prepari, ma la “creo” secondo il mio pensiero e la mia esperienza.

Ovviamente bisogna tenere conto del business plan e food cost.

Di certo nella mia cucina non può non esserci un piatto con richiamo alla mia terra d’origine, cioè sua maestà il “baccalà”.

(In foto la “cevice di baccalà”).

Ascoltando le tue parole e provando la tua cucina e la tua esperienza, credo che le tue ambizioni sono da Chef stellato o sbaglio?

Guarda, ho mangiato questo pane dai miei 18 anni. I miei maestri mi hanno insegnato di non lavorare per le guide. Sarei ipocrita,però, se ti dicessi che non mi piacerebbe ma voglio esprimere la mia creatività senza pressioni.
I grandi che ho incontrato in giro per il mondo mi hanno sempre insegnato che tutto ruota intorno al business, quando il posizionamento dei costi è giusto e tutti i dipendenti sono pagati allora vuol dire che sei sulla strada giusta. Ecco per me viene prima questo; poi se sono rose fioriranno.

Domanda d’obbligo anche per Andrea Notaro che insieme al fratello Mirko sono i fautori della nascita di Casa a Tre pizzi. Anche per te, studi italiani in economia ma Master e lingue all’estero per poi ritornare in Italia. La scelta di Napoli, l’amicizia fraterna con Francesco e la famiglia quali sono i vostri step imprenditoriali?

Io, Francesco e Mirko siamo cresciuti insieme. Poi lavoro e studio per alcuni periodi delle nostre vite ci hanno separato solo fisicamente perché siamo sempre rimasti in contatto. Appena è nata l’occasione di creare, con la nostra mentalità e la nostra passione, la nostra idea imprenditoriale ci siamo fatti trovare pronti provando ad investire a Napoli (lo abbiamo voluto fortemente) in un luogo difficile con una cucina si tradizionale ma ricercata.

L’importante è sapere da dove partire, poi pian piano le soddisfazioni arrivano. Siamo proiettati sicuramente in alto ma siamo consapevoli che serve tempo.

Dal punto di vista imprenditoriale a me piace vedere il locale pieno e mi piace vedere la tipologia di persone giusta per noi.
All’inizio siamo partiti troppo spediti (con la sesta) poi ci siamo resi conto che dovevamo fare un passo indietro. Abbiamo sbagliato, ci siamo presi le responsabilità, ma ne abbiamo tratto esperienza.
Con Francesco ci capiamo con uno sguardo, se voglio cambiare un piatto lui capisce che fare un passo indietro è funzionale per il cliente.

Per i traguardi futuri, ho vissuto a Milano per un bel periodo. E’ una città molto avanti a livello di ristorazione rispetto a Napoli non tanto per i sapori piuttosto per la mentalità delle persone.. Sono nato a Somma Vesuviana faccio l’imprenditore a Napoli ma bisogna guardare dove attualmente si lavora in maniera esemplare. Quindi mi piacerebbe nei prossimi anni aprire lì, intanto cerchiamo di fare più del massimo nella nostra città, di fare tanta esperienza e poi applicarla.

Una grande esperienza culinaria ci sarà il 25 ottobre 2018, dove lo chef Francesco Sodano “mollerà i freni” in cucina ed esprimerà tutta la sua creatività per pochissimi.

Abbiamo studiato con Andrea una serie di cene sperimentali.

Un tasting experience dove si potrà provare tutta la mia internazionalità ricreata da una cucina maggiormente ricercata, dei grandi abbinamenti di vini e dove le persone a cena potranno godere dei “sapori” difficilmente provati in precedenza.

Durante la serata ho avuto il piacere di incontrare anche Salvatore Notaro, padre di Andrea e Mirko e mentore di Francesco. Nelle sue parole la calma e la serenità di un imprenditore con tantissima esperienza che ha saputo guidare i propri figli, dargli la giusta istruzione e con il giusto equilibrio tra tutelare e lasciar “sbagliare” i propri figli. Incontrarlo mi ha fatto conoscere meglio questi tre ragazzi che hanno gli “occhi della tigre”, conoscono le loro origini e sanno la direzione del loro futuro.
Un grazie da parte mia e di tutta la redazione di foodmaker.it, prima di andare via un consiglio personale; provate il Tiramigiù.  Qualsiasi sia il vostro umore, gusterete un qualcosa di mai provato prima 😉

Per #FoodMakers.it

Intervista ad Egidio Cerrone alias PuokeMed

In un mondo “digital food”,  dove siamo sommersi da informazioni e foto più disparate, dove tutti sono #influencer e #foodblogger, la soluzione per vincere la guerra dell’attenzione si chiama Egidio Cerrone.
Il suo sorriso basta per raccontarvi come una vita “condita” da un’idea futura e accompagnata da un’ottima squadra diventa un grande SOGNO.
Nei racconti di Egidio possiamo rivedere le nostre nonne; ma non pensate che sia stato tutto semplice!

Oggi è facile riconoscerti per il gran percorso imprenditoriale che hai fatto, ma Egidio Cerrone dove nasce e soprattutto quali erano i tuoi sogni da piccolo?

Sono figlio di Pianura, quartiere bistrattato  per le note vicende di cronaca ma dove ancora si dice buongiorno e buonasera, e dove quelli della mia generazione hanno ancora avuto la fortuna di crescere nelle tradizioni e nei rituali della napoletanità. Mia Nonna Vincenza aveva un forno in casa, ho fatto con i miei zii e i miei cugini le conserve di pomodoro, ho visto salami e pancette appesi in stanzini segreti, ho visto fare il pane e ho visto tavole piene di braciole da arrotolare e cucire. Mentre per gli altri bambini era solo nutrimento, per me era un mondo fantastico, che mi ha sempre incuriosito, che mi ha sempre ossessionato. Da piccolo, e immagina le difficoltà di un bambino paffuto che invece di pensare ai calciatori sognava il momento in cui si facevano i “pagnuttielli” caldi e la nonna ci mandava a comprare la mortadella, sognavo di potermi esprimere perchè ho sempre pensato che il mondo che avevo nella mia testa era speciale.

Quando ti è scattato il click di dire ora pubblico storie di cucina napoletana?

Quando ho capito che stavo iniziando ad esprimermi. Quando anche solo ad un gruppo di amici riuscivo a trasmettere quelle emozioni e vedevo i loro occhi illuminarsi come i miei. Ho un posto del cuore, Ciro Mazzella a Monte di Procida: ho raccontato a chiunque di questo semidio che arrostisce le salsicce da 40 anni e fa panini di un altro mondo, ci ho portato chiunque. Poi ho finito gli amici e ho iniziato a scrivere. Per lanciare il primo articolo tra gli amici di Facebook – non una pagina Facebook, non un profilo Instagram ma proprio tra gli amici – ci ho messo un pò prima di trovare il coraggio. Poi è andata bene (ride).

Dalle storie su instagram al mondo imprenditoriale il passo è stato: semplice, complicato, difficilissimo?

Magari dalle storie di Instagram. Oggi il mondo del digitale attorno al food è enorme, quasi saturo. Ma quando ho iniziato io, era molto facile che se ti presentavi con una fotocamera in un locale, ti toccava la mezzoretta di spiegazioni. E nel mio caso è andata proprio così. E, forse, è proprio questo che mi rende così diverso dalle nuove generazioni, io non avevo riferimenti, non avevo schemi, non avevo i mezzi di oggi e questo mi ha formato. Oggi puoi fare 1000 followers in mezza giornata, io li feci in 4 mesi e andai anche a festeggiare proprio da Mazzella con i miei più cari amici. Il passo al mondo imprenditoriale non è stato ne semplice, ne complicato, ne difficilissimo. È stato naturale. Avrei potuto rendere il mio blog un grosso progetto commerciale tra sponsor, eventi e marchette, e le proposte, anche grosse, non sono mancate. Io ho preferito la via più difficile ma trasparente e onesta. Ho lasciato il blog un mio diario libero e personale, e mi sono messo in gioco aprendo il mio locale, donandomi con tutto mestesso alla realizzazione e allo sviluppo di un format innovativo e non schiavo del mercato, ma in grado di crearlo. Oggi Puok è una scelta, sai che è cosi, sai che vai a mangiare qualcosa che qualcuno ha pensato di proporre cosi, e fortunatamente anche questa è andata bene (ride).

In un mondo dove tutti vogliono la linea perfetta e l’attenzione maniacale per il cibo “sano”, tu rappresenti una sorta di pugno in un occhio piacevole e con risultati eccellenti. Come te lo spieghi?

Perchè come diceva Titta di Girolamo (Toni Servillo) ne “Le conseguenze dell’amore” l’unica cosa futile di Puokemed (di Titta nel film) è il nome. Puokemed non è solo mangiare assai, anzi, è un ricordo, è memoria, è evocazione, è spesso un messaggio old school con un linguaggio che arriva alle nuove generazioni. Ho fatto apprezzare ai miei followers il soffritto, la genovese seria, i mugliatielli (ride), la braciola di cotica. Molti nei miei racconti rivedono le loro nonne (e forse io scrivo per parlare di nuovo con loro). Puokemed ha una poetica precisa. Puok Burger è una sua declinazione. Funzionano perchè hanno le spalle forti, hanno memoria, non sono moda, non arrivano passivamente. Scegli di leggere un racconto lunghissimo di Puokemed. Scegli di mangiare il panino con le zucchine fatte in quel modo da Puok.

Di tante cose che mangi, me lo sveli il tuo piatto preferito in assoluto?

I tubbbettoni con la pelata di mia mamma. È il primo piatto che ricordo, quindi penso sia legato alla prima volta in cui mi sono emozionato mangiando. Che è una cosa fondamentale nella mia filosofia: quando mangiamo usiamo tutti i sensi, e quindi abbiamo una registrazione in altissima definizione di una emozione. Quando rimangio quel piatto, risento nettamente quella emozione e torno lì, in quel preciso giorno. Che magia vero?

Sei riuscito a paralizzare via Cilea, una delle strade principali del Vomero (NA) puoi svelarmi un’altra delle idee “malsane” che hai in mente per il tuo futuro?

Eh (ride). Anche se sui social si vede a grandi numeri solo la punta dell’iceberg – il presente di Puokemed e Puok Burger – nell’ultimo anno ho lavorato tantissimo sul futuro di questi progetti e di tutto ciò che è entrato a far parte di questa storia. Ho lavorato a un secondo Puok e a quello che ritengo sia il maxiprogetto della mia vita: Fatelardo, la mia factory di comunicazione e produzione audiovisiva nel food. Fatelardo mi permetterà di portare Puok a un livello di comunicazione superiore, e mi permetterà di portare la poetica di Puokemed a un livello molto più alto. Mi ha permesso di sperimentare nuovi linguaggi, e se oggi il blog di Puokemed é fermo da 3 anni e il progetto ha continuato ad esistere solo sui social, forse riuscirò a coronare il mio sogno più grande: tornare a raccontare, ma questa volta all’ennesima potenza. Parallelamente mi piacerebbe radicare Puok nella cultura partenopea e un giorno renderlo un cult, apprezzato e desiderabile da ogni parte del mondo e progettare anche nuovi format, nuovi locali in cui declinare la mia poetica e rendere ancora più tangibile il mio pensiero associandolo ad una sana e trasparente imprenditoria.

Oggi sembrano tutti voler fare gli influencer, come fosse semplice, ma qual è stato il tuo segreto per avere tanta popolarità?

Odio questa parola, non mi appartiene. Sorrido quando vedo persone definirsi tali, ed è una cosa che quasi mi ossessiona. Non ti nascondo di aver da pochissimo rifiutato una bella proposta in TV di un documentario RAI sugli Influencer più importanti di Italia. Mi sarei sentito etichettato e non ci riesco. Io godo nel far conoscere le cose buone, godo nel far mangiar le cose buone. E lavoro davvero troppo e con tutta la qualità che riesco a dare per questo obiettivo. Puokemed è stata una vocazione, Puok una declinazione naturale. Oggi in troppi vogliono diventare Puokemed per essere famosi e per fare magari il loro Puok. Non amano davvero quello che fanno. Il mio rammarico è di aver forse creato un mondo, che però ci ha regalato nuove generazioni di “per info e collaborazioni contattami in direct”. Non mi piace, io il primo euro l’ho visto al primo Django venduto o al primo cliente al quale ho gestito l’immagine (Fatelardo parte da qui) che è totalmente diverso dal fare pubblicità e fare gli influencer. Non mi piace, e forse è questo modo di pensare che mi rende diverso dagli altri e che spinge le persone a seguirmi. Da me è tutto trasparente: ho un locale, ho Fatelardo, è tutto sotto gli occhi di tutti e questo le persone lo capiscono, lo sentono anche se non lo decifrano subito, sanno che se pubblico qualcosa è perché mi piace e che un cliente di Fatelardo può anche pagare un video migliaia di euro ma se non mi fa impazzire il suo prodotto non lo consiglio su Puokemed. È così dal primo giorno, ed è sempre stata la forza motrice dei miei progetti. Perchè ho sempre chiaro quando tutto è cominciato, per esprimermi e far provare alle persone le cose che mi piacciono. Oggi quello che mangio e quello che servo al mio locale. Le soddisfazioni economiche sono una conseguenza, mai stato un motivo per me. Avrei fatto scelte completamente diverse.

Napoli anzi la Campania è una terra di sapori che anche grazie al tuo contributo sembra vivere una grande periodo per quanto riguarda il food, cosa suggeriresti ad un giovane appassionato di cucina?

Di raccontare questa passione come se la raccontassero ai loro più cari amici. E di non perdere mai di vista perché lo fanno. Se no non sei più un appassionato. Se con Puokemed facessi le marchette e con Puok assecondassi il mercato, tradirei me stesso e stuprerei la mia passione, prima di tradire chi mi segue.

L’imprenditore Egidio Cerrone può dare un consiglio alle Istituzioni napoletane e Italiane; quale?

Aiutate i creativi, aiutate le attività che fanno turismo, aiutate tutti quei giovani che fuori varrebbero oro. Napoli è ricca di giovani talenti, ma sembra l’Inter degli ultimi anni: una primavera di fenomeni e una prima squadra quasi mai all’altezza. Poi non ci rimaniamo male se Coutinho se ne va per 15 milioni e dopo qualche anno lo prende il Barcellona a 160 (ride). Come dicevano le mie nonne: “è nu peccato ‘e Dio”.

 

 

 

 

Grazie Egidio, mi hai dato modo di conoscere un grande persona, un imprenditore che sa quello che vuole e soprattutto un sognatore che non è si mai stancato di esserlo.

Anteprima SEBOY’S & SOIATTI CAPSULE COLLECTION

In una suggestiva location nel cuore di Milano, venerdì 28 settembre, Seboy’s e Soiatti hanno presentato la prima Capsule Collection che porta il nome di entrambi i brand.
La Seboy’s & Soiatti Capsule Collection è il risultato prima di tutto dell’amicizia profonda, del rispetto e della passione di creare oggetti unici e ricercati che accomuna le due aziende.
Roberto Rustichelli e Massimiliano Agostinacchio, Amministratori Delegati di Seboy’s, raccontano come è nato questo progetto:“Poco più di due anni fa, per promuovere la nuova collezione Seboy’s, abbiamo pensato di contattare Alberto Soiatti e chiedergli di indossare le nostre scarpe mentre guidava una delle sue splendide moto. Ci sono voluti davvero pochi minuti per entrare in sintonia e da allora Seboy’s e Soiatti hanno collaborato insieme fino a studiare un prodotto specifico per chi ama le moto e che vuole sempre essere alla moda”.
Lo stivaletto Seboy’s per Soiatti emana forza e carattere al primo sguardo. Volumi importanti ed accoglienti in punta si fondono ad un collo asciutto e sempre ben adeso alla caviglia, grazie a due grandi elastici laterali che permettono di calzare la scarpa anche senza slacciare le stringhe. Pratico, informale ed allo stesso tempo curato in ogni più piccolo particolare.
Lo stivaletto Seboy’s per Soiatti non è solo un prodotto alla moda, ma nasconde anche particolari tecnici essenziali per chi guida moto vintage. Il puntale è stato realizzato con un rinforzo in pelle esattamente dove la leva del cambio incontra la scarpa; il piede rimane così protetto senza perdere però la sensibilità necessaria ad una cambiata ottimale e precisa. Il rinforzo inoltre è presente anche sulla scarpa destra così da essere funzionale per chi possiede ed utilizza motociclette con il cambio sull’altro lato.
La suola Morphex di Vibram offre un grip perfetto ed un comfort assoluto sia durante la guida che nell’utilizzo di tutti i giorni. Inoltre lo scarponcino nasconde, sotto la soletta, un’anima in metallo, ideale per dare consistenza alla scarpa e proteggere il piede quando si avvia la moto con la pedivella di accensione.
I lacci cerati sono idrorepellenti per non avere problemi in caso di pioggia, mentre il pellame della tomaia in color testa di moro o in alternativa in nero, è stato accuratamente selezionato per offrire un effetto vintage che giorno dopo giorno acquisisce sempre più carattere e dona alla scarpa un fascino senza tempo.
Lo stivaletto Seboy’s per Soiatti sarà in vendita dall’inizio di Novembre unicamente presso lo store Seboy’s in via Dell’Uninone 7 a Milano e sul sito www.seboys.it .

Intervista ad Antonio Limone, le persone che lasciano un segno.

Il Direttore Generale dell’Istituto Zooprofilattico del Mezzogiorno, uno dei centri d’eccellenza d’Italia, è un visionario…ecco perchè!

Qualsiasi ambito si guardi – dall’arte alla scienza, dall’industria all’enogastronomia, dalla letteratura al cinema – se non ci fossero stati i grandi visionari, l’umanità si sarebbe fermata e l’Italia non avrebbe conosciuto buona parte della sua bellezza e del suo genio.

Così, certe volte ci imbattiamo in persone che hanno la capacità di lasciare un “segno” nella vita di chi le incontra. Un percorso di vita, il loro, ricco di racconti, tradizioni, sacrifici ed emozioni che ti fanno capire che forse in questo mondo non tutto è da buttare, anzi, abbiamo tanto in cui sperare.

Lui, il Visionario che mi appresto ad ascoltare, è un uomo con le “spalle” larghe di chi ha tanta esperienza e l’animo giusto per lasciare un segno in chi lo ascolta.

Antonio Limone è il Direttore Generale dell’Istituto Zooprofilattico del Mezzogiorno, uno dei centri d’eccellenza d’Italia. E’ in questo luogo che nasce gran parte della tutela del cibo che arriva sulle nostre tavole. E’ in questo posto mistico che sono riuscito a farmi raccontare le sue origini, il percorso e le difficoltà di chi ogni giorno cerca di fare il massimo senza smettere mai di gridare che il futuro è dei giovani.

Dicono che famiglia e luogo di appartenenza traccino il destino, è vero anche nel tuo caso?

Io sono nato e vivo a Mercogliano, un paese meraviglioso dell’avellinese, vengo dal mondo “rurale”.
Quello che sono oggi l’ho acquisito dalla mia famiglia e dall’ambiente circostante. Il contesto dei miei tempi era “fatti furbo”, ma di quella furbizia sana, insomma sii sveglio e scaltro.
Mio padre era medico veterinario (buiatra), mia madre invece è stata insegnante di lettere. In questo mix familiare ho ricevuto un’educazione molto rigida, dovevo studiare e dovevo farlo ottenendo risultati eccellenti.

Ricordo ancora la scommessa vinta con mio padre in V ginnasio. L’impegno che presi con lui era che se avessi portato al primo quadrimestre la media dell’otto mi avrebbe regalato quello che allora era il mio sogno, il mitico vespino cinquanta della Piaggio. Allora avere quella media era utopia pura, eppure ci riuscii e fu un grande momento per me…mai arrendersi o mollare!!!

Poi ho iniziato a frequentare l’Università di Veterinaria, dove pensavo fosse una passeggiata da fare utilizzando una gamba sola e la scarpa slacciata. Mi resi conto, invece, che se non mi fossi spaccato di studio non sarei andato da nessuna parte. Ho faticato tanto, ma i risultati sono arrivati. Ho sempre amato gli animali e ne ho avuti tanti domestici. Mi sono ritrovato, insomma, in un mondo che mi apparteneva.

La sicurezza di quello che arriva sulle nostre tavole dipende dal grande lavoro che è fatto degli Istituti Zooprofilattici.

Siamo quelli che garantiscono i prodotti che arrivano sulle tavole degli italiani. Tutte le malattie che saltano fuori dal nostro territorio vengono analizzate, gestite e risolte da noi.
Il consumatore italiano, spesso, ama la disinformazione, preferisce non sapere o non leggere quello che alcuni prodotti contengono. Ad esempio, prova a vedere quello che riporta scritto una confezione di wurstel in Germania, troverai che possono contenere carni non sempre salutari.
Io sono dell’idea che il consumatore deve sapere che gli alimenti contengono il “rischio”.

Per spiegarti meglio, vorrei citare Alessandro Manzoni: “Il buon senso c’era, ma se ne stava nascosto per paura del senso comune”.

Il medico veterinario: non solo animali, ma soprattutto tutela dell’uomo e ancor prima ambientale.

La sanità pubblica veterinaria deve interessarsi di ambiente, animali e uomini. Questi sono i tre pilastri fondamentali, che fanno la differenza. Negli ultimi sessant’anni, diciamo dagli anni ‘50 in poi, il cibo ha subito una grande evoluzione, è intervenuta la “chimica” ed abbiamo quasi dato del tutto addio alla dieta Ancel Keys, meglio conosciuta come dieta mediterranea.

La nuova antologia del cibo, oggi, deve partire dall’ambiente: aria, acqua, terra, sono questi gli elementi che dobbiamo tutelare e rispettare.

Ti sei impegnato tanto sull’annoso problema della Terra dei Fuochi, la mia sensazione è che molte cose sono state “manipolate e ingigantite”, tu che ne pensi?

La terra dei fuochi è stata una grande ingiustizia; la storia era pregiudizievole.

La nostra inciviltà, il pentito e i media hanno creato un “disastro” per l’economia di tante aziende di quella zona.
Da almeno tre decenni in Campania, vaste aree delle province di Napoli e Caserta sono state oggetto di un’attività illecita costituita da sversamenti incontrollati di rifiuti industriali e urbani di natura estremamente eterogenea.
Per fare giustizia dei luoghi comuni e per stabilire una correlazione reale tra i mali e le rispettive cause occorrono nuovi mezzi perché nonostante sia vero che “l’uomo è quello che mangia”, è vero anche che si pone nell’ambiente circostante in maniera molto più complessa e che l’origine delle malattie, a cominciare dai tumori, è sempre di più multifattoriale.

Da questa esperienza di crisi è nato un programma realizzato in partnership tra l’IZSM e l’Istituto Nazionale Tumori Pascale di Napoli.

SPES, acronimo di Studio di Esposizione nella Popolazione Suscettibile, è un progetto di monitoraggio della popolazione umana esposta all’inquinamento ambientale, che completa un ciclo di attività iniziato con Qr Code Campania, iniziativa volta a consentire ai consumatori di conoscere i dati dell’azienda produttrice dell’alimento e le analisi effettuate su di esso con i rispettivi risultati. Il percorso è seguito daCampania Trasparente, il piano di biomonitoraggio ambientale che ha analizzato migliaia di campioni di tutte le matrici agricole e ambientali provenienti dal territorio campano.

Un grazie va al Presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, molto sensibile a questo argomento, che ci sostiene in questo lavoro.

A tal proposito, proprio il Presidente De Luca ha inaugurato un’altra tua iniziativa che mira ad avvicinare i bambini all’ambiente, le “Fattorie Didattiche”.

Le ho immaginate come delle giornate dove i bambini possono imparare che il rispetto per l’ambiente e gli animali serve loro a comprendere la propria “biodiversità”. Questa rappresenta il tuo valore.

Grazie alle scuole e ai loro insegnanti, i ragazzi devono capire che l’ambiente va rispettato proprio per evitare situazioni come la terra dei fuochi. Esperienze così negative creano distruzione.

Siamo fortunati, viviamo in un posto magico, i nostri terreni sono i più fertili; il Vesuvio, il sole e il nostro mare sono unici al mondo e ricreano un habitat che tutti ci invidiano.
Solo in Campania si possono trovare prodotti con un sapore unico come la mozzarella, i pomodori, la pizza, la farina.

Cosa manca alla Campania e a Napoli nello specifico per diventare capitale del Mediterraneo.

Amo questa Regione.
Napoli è già la capitale del Mediterraneo, è la nostra storia e le tante etnie che sono passate lo insegnano.
A Napoli serve correggere quello che ha di sbagliato; i problemi si conoscono ma vanno affrontati e risolti.

“La partita è più complessa che altrove, ma è aperta e avvincente”.

Grazie ad Antonio Limone, Direttore Generale dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno, un uomo che sa distinguersi per le risorse del suo spirito, mostrandosi un “visionario” nel tracciare quelle che sono le linee guida future dei giovani a tutela dell’ambiente e degli animali, insegnando loro la capacità di essere sensibili ai valori umani.

L’evoluzione della mozzarella è la “MUU Muzzarella”

Se qualcuno vi chiedesse di scegliere un prodotto gastronomico rappresentativo della Campania, cosa vi verrebbe in mente?
Se non il primo, il secondo elemento gastronomico tipico della nostra cucina a cui penserete sarà, sicuramente, la mozzarella di bufala.

Chiamata la perla della cucina per il suo colore e la sua forma è la regina indiscussa della cucina napoletana. Qualcuno, non contento delle infinite potenzialità di questo antico formaggio fresco di origini Saracene, ha deciso di spingersi ancora più in là portandola ad un’evoluzione e all’unione con altri sapori.
Ne è emerso un mix squisito di gusti ma soprattutto una “big idea” imprenditoriale nata da due fratelli ed un amico che, come nelle storie dalle trame a lieto fine, ha portato innovazione nel settore del food senza abbandonare mai le origini e la tradizione partenopea.

Salvatore Maresca (Sasy per tutti) è l’amico della porta accanto.
Giovane, biondo, occhi azzurri, sempre sorridente e disponibile, ma soprattutto un giovane imprenditore napoletano che ha fortemente voluto quello che sta realizzando. Ecco cosa ci ha raccontato.

Abbiamo studiato tutto nei dettagli. Questo è il concetto ed il valore aggiunto applicato  al brand “MUU Muuzzarella”.
Non abbiamo trascurato nulla, lavorando anche sui piccoli particolari.

Salvatore, dove vi è venuta questa idea e in cosa si differenzia dal concetto di food tradizionale?


Le location, ad esempio, sono strutturate per dare la sensazione ai nostri clienti di vivere un’esperienza, quella del cibo, in maniera esperienziale.
Infatti possono accomodarsi, parlare tra di loro gustando ottimi prodotti magari accompagnati anche da un buon vino.
Il nostro menù è democratico: una volta aperto si divide in una parte tradizionale per prezzo e gusto e in un’altra sperimentale dove la mozzarella, elemento base, si sposa con sapori che escono dagli schemi classici della cucina napoletana ed incontrano l’innovazione.
Anche la decisione su prezzi e target della clientela è volutamente scelta. Da noi, il cliente, può soddisfare il proprio palato con una spesa media sia per i piatti che per i vini.

Ogni quanto cambia il menù e su quali basi decidete?
Ogni locale ha il suo responsabile cucina, ma ogni decisione spetta al management che propone nuove idee e nuovi accostamenti. Le migliori proposte vengono presentate in una sorta di limited edition per un tempo limitato nelle nostre location, se trovano consenso anche tra i nostri clienti, entrano di diritto nei nostri menù.

Il food a Napoli è sulla bocca di tutti; ma mentre alcune strutture aprono per poi chiudere dopo un brevissimo periodo, segno evidente di una mancata pianificazione, MUU Muzzarella si espande in zone ben precise arrivando a quota tre punti nella città di Napoli. Fortuna oppure investimenti decisi e studiati a tavolino?
La fortuna è una componente fondamentale nella vita imprenditoriale, però serve studiare, circondarsi di persone professioniste e soprattutto “osare”.
Quando abbiamo aperto “Muu_Lounge” a Chiaia (Na), molti mi dicevano che era un locale “sfigato” e che tutti quelli prima di me avevano fallito ed erano stati costretti a chiudere.
Non voglio dirlo due volte, ma il locale è sempre pieno, anzi, bisogna, in certe giornate, prenotare tramite il nostro sito o la nostra App con più di una settimana d’anticipo.
Sarebbe semplice dire “siamo stati fortunati”, forse è anche così, ma al verità è che noi scegliamo tutti i fornitori in maniera certosina, utilizzando solamente le migliori materie prime per i nostri clienti.

Altre due sedi, in due posti della città completamente diversi.
“Diversificare”, questo ci siamo detti.
Così è nata “Muu_Sea Side” che si trova in via Partenope (Na) e abbraccia una clientela anche turistica nell’incantevole scenario del lungomare napoletano, mentre “Muu_Bistrò” si trova nella zona residenziale del Vomero (Na). Tre target di clienti completamente diversi, con orari e abitudini differenti. Non è stato e non è semplice, ma la nostra mission è che il format “MUU Muuzzarella” sia conosciuto, e soprattutto capito, da quante più persone possibili.

Dall’esterno si nota una spinta ed un investimento nel campo della comunicazione massiccia, è uno dei valori aggiunti sui quali avete puntato?
Dovevamo dire al cliente che da noi si mangia in maniera diversa. Così con campagne appropriate, un’identità visiva ben riconoscibile ed una serie di sinergie importanti siamo riusciti, almeno credo (ride), nel nostro scopo.

A proposito di sinergie, non faccio altro che sentire in giro della Cheesecake Foresta Di Muu Muzzarella e Gay Odin. Due importanti brand che si uniscono.
Fa parte di una nostra strategia chiamata “MUUch and More” che prevede la compartecipazione del nostro brand con alcune eccellenze campane. Saranno quattro gli eventi che nasceranno, il primo è questo con lo storico marchio di cioccolateria napoletana “Gay Odin” nato nel 1920 e famoso nel mondo con il cioccolato foresta. Un altro sarà con la tradizione culinaria partenopea di “Mimì alla Ferrovia” altri due riguarderanno l’innovazione, ma non posso svelarti troppo. Posso però dirti che sono onorato di associare il nostro brand a quelli più blasonati e storici.

Scorrono i titoli di coda ma soprattutto voglio sapere gli sviluppi che avete in mente.

 

Tra poco lanceremo la nostra “MUU App” in modo che i nostri clienti possano essere sempre informati sulle nostre iniziative, sui nuovi piatti e, soprattutto, potranno prenotare con un click dai loro smartphone.
Poi, posso dirti che un fondo di investimenti internazionale ci osserva da vicino da un bel po’ e stiamo vedendo se ci piacciamo reciprocamente.

Advertising, ricavi pubblicitari in aumento.

A luglio, rileva la società di ricerche Nielsen, il mercato dell’advertising ha messo a segno in Italia una crescita del 7,4%. Bene la televisione, l’online e il cinema.
Il mercato degli investimenti pubblicitari in Italia chiude il mese di luglio con una crescita del 7,4%, che scende al +6,1% se non si considera l’apporto di search e social, ovvero di Google e Facebook, stimato da Nielsen. Nei primi sette mesi dell’anno, i ricavi pubblicitari aumentano del 2,3%, rispetto allo stesso periodo del 2017. Senza search e social, l’andamento è stabile (+0,2%).

 

nielsen“Con il mese di luglio si chiude in positivo la seconda fase del mercato pubblicitario nel 2018”, spiega Alberto Dal Sasso, AIS Managing Director di Nielsen. “Dopo un primo periodo di stallo per le elezioni, chiusosi con la formazione di un nuovo Governo anche se in ritardo rispetto alle aspettative, questa seconda fase, coincidente con i Mondiali di calcio, è stata caratterizzata da risultati soddisfacenti sia in termini di audience che di raccolta pubblicitaria. Ora ci spostiamo verso l’autunno in un clima non propriamente sereno per l’Italia e per l’Europa, tra minacce di downgrading per il nostro paese e polemiche con i partner dell’Unione Europea. In questa situazione, la crescita dei primi sette mesi è comunque un segnale positivo”.
Relativamente ai singoli mezzi, la televisione cresce a luglio del +13,2%, potendo contare sopratutto sulle performance delle reti Mediaset (dove sono stati trasmessi i Mondiali di calcio) e chiude i primi sette mesi del 2018 a +1,4%. Lieve segno negativo per i quotidiani, che a luglio calano dello 0,5%, consolidando il periodo cumulato al -6%. Stesso andamento negativo per i periodici, sia nel singolo mese che nei primi sette mesi, con cali rispettivamente del 16,5% e dell’8,8%.

Il mese di luglio è negativo per la radio (-1,9%) ma senza impattare sul buon andamento del periodo cumulato: i sette mesi chiudono a +5,5%. Sulla base delle stime realizzate da Nielsen, la raccolta dell’intero universo del web advertising nei primi sette mesi dell’anno chiude in positivo a +8,3% (+4,8% se si escludono il search e il social).

Il cinema è in crescita del 24%, così come il transit (+9,5%) e la GoTv (+13.2%). In calo l’outdoor, a -10,7%.

I settori merceologici

Per quanto riguarda i settori merceologici, Nielsen ne rilevati 12 in crescita con un apporto di circa 113 milioni di euro. Per i primi comparti del mercato si registrano andamenti differenti nel periodo gennaio – luglio. Alla buona performance di bevande e alcoolici (+7,3%) e automobili (+4,6%), si contrappone il calo di alimentari (-0,5%), farmaceutici (-1,2%) e telecomunicazioni (-8,5%). Tra gli altri settori che contribuiscono alla crescita, continua l’andamento positivo del tempo libero (+32,4%), abitazione (+6,9%) e di enti e istituzioni (+18,8%). Relativamente all’andamento nel singolo mese di luglio, ottime performance per finanza e assicurazioni (+38,3%), media/editoria (+35,4%), moto e veicoli (+106%).

“Per i restanti mesi dell’anno difficilmente potremo aspettarci la stessa crescita della prima parte del 2018 ma questo prevedibile andamento del mercato non deve creare allarmismi”, conclude Alberto Dal Sasso. “Si tratta di una situazione tipica dei cosiddetti anni pari, in cui cioè sono previsti i grandi eventi sportivi. Vedremo come e quanto incideranno le scelte di politica economica in Europa, con la annunciata e graduale fine del “quantitative easing”, e in Italia con la Legge di bilancio 2019, che inciderà sull’attività e sulle prospettive delle imprese e di conseguenza sugli investimenti in comunicazione, fortemente influenzati dalle prospettive economiche a breve termine”.

AI e Content intelligence per vincere le nuove sfide del marketing digitale

AI e Content intelligence per vincere le nuove sfide del marketing digitale: il ruolo del Content Editor

Come agire nel nuovo scenario del marketing digitale passato dalle 4 P (Product, Price, Place, Promotion) alle 4 C (Content, Conversation, Community, Connection)

Questione di consonanti: ai tradizionali pilastri del marketing, le famose 4 P (Product, Price, Place, Promotion) si sono aggiunte 4 C (Content, Conversation, Community, Connection) in uno scenario all’insegna della convergenza tra smartphone e social network. Che ruolo gioca l’intelligenza artificiale in una strategia di contenuti a fronte di un’evoluzione profonda del marketing digitale?

 

 

Lo scenario: mobile innanzitutto

L’integrazione tra smartphone, social network e intelligenza artificiale (AI) sta ridefinendo il marketing digitale, ma solo guardando i numeri ne comprendiamo pienamente l’impatto: circa la metà della popolazione mondiale utilizza lo smartphone per navigare online e 3 miliardi di persone fruiscono dei social media attraverso mobile. Su smartphone e tablet si concentra la navigazione online e la fruizione di social media di oltre 1,23 miliardi di utenti ogni giorno. Secondo una ricerca Deloitte i possessori di smartphone controllano in media i loro dispositivi 47 volte al giorno, e i consumatori più giovani (da 18 a 24 anni) fino a 86 volte al giorno. Questa iperconnessione implica la fruizione giornaliera di un’enormità di contenuti ed è un’opportunità da non lasciarsi scappare se si pensa che possono essere migliorati per meglio venire incontro alle preferenze degli utenti. Per questo diventa fondamentale lo studio dinamico dei dati e la loro corretta interpretazione.

 

 

Perché l’AI e la Content Intelligence?

Se ci sono contenuti distribuiti su piattaforme diverse ed è sempre più difficile utilizzarli interamente, o parzialmente, in modo appropriato, se volete consentirne l’accesso controllato a seconda delle competenze e ruoli aziendali, se dedicate troppo tempo ad aggiornarli e finite per non sapere quale sia l’ultima versione, e soprattutto non sapete esattamente se i contenuti faticosamente prodotti valgono l’investimento fatto,  la Content Intelligence, l’Intelligenza Artificiale applicata ai contenuti, può fornirvi delle risposte certe: essa, infatti, garantisce una segmentazione basata sugli interessi degli utenti e può dirvi quali proposte producono effettivamente i risultati migliori.

 

Grazie alle tecnologie machine learning è già possibile analizzare le preferenze di clienti e prospect come, ad esempio, scoprire la gestione del tempo online, quali prodotti vengono scelti, come sono utilizzati i social media e di conseguenza suggerire i messaggi da condividere. È possibile setacciare e classificare i contenuti più apprezzati, e anticipare le reazioni del pubblico per aiutare i content editor a produrre gli argomenti potenzialmente virali. Ma non solo: i dati interpretati dall’intelligenza artificiale a loro volta possono essere sfruttati per creare nuovi contenuti quali in webinar, tutorial, whitepaper, webinar, eBook, ecc…

 

 

La sfida dei content editor

Contenti pertinenti, apprezzati, di valore per incentivarne la lettura e condivisione. Questa è la sfida odierna dei content editor. Soprattutto per argomenti specifici, tecnici, verticali, non generici. Servono dati e analisi, possibilmente sintetizzati in report chiari. Per questo l’intelligenza artificiale diventa uno strumento imprescindibile per supportare l’ideazione e realizzazione di contenuti rilevanti, in target e quindi fruibili con curiosità. Quell’interesse che progressivamente farà percepire il brand spontaneamente come una risorsa utile da consultare, anche grazie alla personalizzazione sempre più avanzata: creare contenuti specifici per ogni cluster individuato, e magari anche per ogni singola persona.

Fonte: Startup Italia

Quanto tempo ci vuole per ottenere dei risultati con il digital marketing?

“Quanto tempo ci vorrà per ottenere i risultati con il marketing digitale?”: è questa la domanda ricorrente di qualunque impresa o professionista si approcci, tra gli altri strumenti della rete, a social media e motori di ricerca, per promuovere la propria attività, massimizzare visibilità e vendite.

Diffidate da chi vi offre una risposta consolante, ma illusoria, come “subito” allo stesso modo da chi vi mette in guardia con un raggelante “anni”. Ogni stima del tempo necessario non può che variare in base ai canali scelti, al settore industriale di appartenenza, alla concorrenza e al pubblico scelto.
Non c’è e non può esistere un modo preciso per garantire dei risultati a prescindere da una stima che tenga in considerazione questi aspetti.

Il grande (e motivato) successo del digital marketing su scala mondiale ha infatti convinto molti che possa essere la bacchetta magica per il successo aziendale. Non è, purtroppo, così. Il marketing digitale non è adatto ad ogni impresa, e non può coprire difetti o problemi all’interno dell’azienda.
Ottimizza nel migliore dei modi la proposta aziendale sul mercato ma non vende favole, aiuta a trovare e convertire nuovi segmenti di pubblico ma necessita di tempo. Se la tua azienda è in difficoltà o ha un prodotto o un servizio inferiore alla media, assumere un’agenzia di marketing digitale dovrebbe essere l’ultima delle preoccupazioni. Trascorrere del tempo lavorando sulla propria attività, ripensare il servizio e migliorare l’esperienza dei clienti prima di investire nel marketing e nella pubblicità dovrebbe invece essere l’imperativo.

Il tuo prodotto o servizio è già buono? Benissimo! Per capire quanto tempo sia necessario per ottenere i risultati desiderati, analizziamo alcune delle tecniche più diffuse nello sconfinato universo dell’internet marketing.

A chi non piacerebbe essere il primo risultato della ricerca organica su Google per le parole chiave di interesse per il proprio business? Ecco la SEO (Ottimizzazione per i motori di ricerca). Non esistono formule magiche: l’ottimizzazione corretta richiede tempo, pazienza e duro lavoro. Il risultato prodotto è però anche una solidissima base per il resto del marketing online. Secondo Maile Ohye, ex dipendente Google, ci vogliono dai 4 ai 12 mesi per ottenere dei risultati importanti in ottica SEO. È anche vero però che ci sono degli accorgimenti (alcuni di natura tecnica) in grado di aumentare rapidamente la visibilità di specifiche pagine o dell’intero sito, specie quando il lavoro svolto precedentemente non era stato effettuato in modo del tutto professionale. Tra queste – a titolo d’esempio, oltre al vero e proprio lavoro di ottimizzazione del sito e dei suoi contenuti – l’ottenimento di alcuni link in ingresso da siti rilevanti per il proprio settore di business.

Il sito aziendale (che la SEO aiuta a esser trovato da chi cerca informazioni sui suoi contenuti) riveste poi un ruolo decisivo nella strategia online. Quando viene lanciato un nuovo portale, Google impiega del tempo per eseguirne la scansione, apprendere la struttura e individuare la relazione tra i testi e i macro e micro-argomenti trattati. Nel caso di passaggio da una vecchia struttura a una rinnovata – in genere – si nota un calo al traffico nei primi 30 giorni dopo il nuovo lancio per poi conoscere una risalita.
Google premia anche siti sui quali è stato effettuato un aggiornamento significativo e sensato o che vengano aggiornati con un design mobile-friendly.

Lo scopo è accrescere la conoscenza e la notorietà per il lancio di un nuovo prodotto? Si vuole migliorare la reputazione aziendale? Armarsi di pazienza e investire in web reputation, social media monitoring e digital PR consapevoli che si potrà ottenere quanto sperato solo nel medio-lungo periodo. Si desidera accrescere la conoscenza di un brand e la fiducia rispetto ai prodotti o servizi aziendali? Niente di meglio del content marketing e delle campagne display, ma con la piena consapevolezza che questa tecnica (di straordinario valore ed efficacia) non produce vendite dirette, ma le genera dopo aver creato un legame fiduciario che fidelizza così il potenziale consumatore.

C’è una promozione con scadenza imminente? Una campagna SEM o Social Ads (annunci sponsorizzati sui motori di ricerca o sui social, su Facebook soprattutto) è sicuramente più adatta e potrà produrre risultati a stretto giro di posta. La SEM e i Social Ads, fatti con coscienza e grande competenza, sono indubbiamente le tecniche in grado di convertire nel tempo più rapido tra tutte (anche nella singola giornata, per intenderci, soprattutto la SEM) ma non sono adatte a qualsiasi tipo di business.

Dovrebbe essere chiaro che la risposta alla domanda “quanto tempo mi servirà per ottenere risultati con il digital marketing?” sia: dipende dal tuo modello di business e dagli obiettivi che ci si è posti.

 

Fonte: Tio.ch

Radio Capodimonte

Dodici puntate da ascoltare, un universo di bellezza da immaginare e vivere: è il progetto “Radio Capodimonte”, nato dalla collaborazione del museo partenopeo con il Master in Radiofonia dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli e l’associazione Campania Music Commission.
Dal mese di settembre con cadenza settimanale un format inedito, scelto tra le proposte elaborate da diversi gruppi di allievi e premiato con la borsa di studio “Residenza musicale d’artista – Il suono dell’eccellenza”, racconterà al pubblico le novità che fioriscono nella reggia borbonica che ospita uno dei più ricchi musei italiani.
In scaletta interviste ad artisti e curatori, news su mostre, eventi e visite guidate, punti di vista inediti su un luogo magico, che dai tempi del Grand Tour non smette di esercitare il proprio fascino su viaggiatori e appassionati d’arte di tutto il mondo.
Non avranno più misteri i capolavori della pinacoteca, gli artisti che ne hanno determinato l’atmosfera, la storia della superba Collezione Farnese e di Carlo di Borbone, il re che per dedicarsi alla caccia creò in cima alla collina il più grande polmone verde della città di Napoli. I profumi della natura, le suggestioni dell’arte, i segreti della lavorazione delle celebri porcellane, il soffio dell’antico e i fermenti del contemporaneo si mescolano in un sito multidisciplinare pronto a essere narrato.
“Sono particolarmente orgoglioso di Radio Capodimonte, un progetto realizzato con l’Università Suor Orsola Benincasa e la Campania Music Commission. Gli studenti del master in radiofonia hanno ideato un format accattivante con tante notizie su mostre ed eventi per scoprire tutto quello che si può fare e vedere al Museo e Real Bosco di Capodimonte”, ha dichiarato il direttore del museo Sylvain Bellenger.
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